A sei chilometri da Orune, nella località di sa Costa ‘e sa binza, una parete rocciosa lascia emergere una sorgente. Su quella vena d’acqua si addossa Su Tempiesu: non un edificio semplicemente collocato accanto alla roccia, ma un tempio a pozzo nuragico costruito in rapporto diretto con la fonte che alimenta il suo spazio sacro. Il monumento è identificato come luogo dedicato al culto delle acque e la sua costruzione viene collocata nel Bronzo recente, nel XIII secolo a.C.
Il monumento impone però anche un’altra misura del tempo. Il 1953 segna la scoperta moderna di Su Tempiesu; delle circostanze di quel rinvenimento, tuttavia, non fornisce un nome, un racconto o dati sulle prime indagini. È un limite importante: non c’è ragione di riempire quel silenzio con una scena immaginata. Ciò che si può seguire con precisione è invece la presenza dell’edificio, la sua architettura conservata e la traccia materiale delle offerte deposte presso l’acqua.
1953: una scoperta attestata, senza un racconto da inventare
Il 1953 è la soglia contemporanea documentata per Su Tempiesu. Da quell’anno il santuario torna a essere riconosciuto nella sua consistenza monumentale, ma le sintesi pubblicate non identificano chi lo scoprì né descrivono come avvenne il ritrovamento. Non sono riportati neppure un diario di scavo, una sequenza delle indagini o le condizioni in cui furono recuperati i materiali.
Per una rivista che prova a distinguere la memoria dal racconto aggiunto in seguito, questa assenza non è un dettaglio da aggirare. La scoperta è un fatto datato; non avendo trovato ulteriori riscontri, lasciamo aperte le circostanze del ritrovamento. Il santuario, al contrario, conserva elementi abbastanza nitidi da far leggere il legame fra la sorgente, la pietra lavorata e gli oggetti lasciati nel luogo di culto.
Un tempio nato dalla sorgente
Su Tempiesu si trova nelle campagne di Orune, nel Nuorese, presso sa Costa ‘e sa binza. È addossato alla parete rocciosa dalla quale sgorga l’acqua che alimenta la fonte sacra. Questo dato fisico è anche il centro del monumento: l’acqua non costituisce uno sfondo paesaggistico, ma la ragione concreta attorno a cui l’architettura prende forma.
Secondo la cronologia pubblicata, il tempio risale al XIII secolo a.C., nel Bronzo recente, e rimase frequentato fino all’inizio dell’età del Ferro, indicato nel IX secolo a.C. Questa ampiezza di frequentazione permette di riconoscere una lunga durata del sito, senza sostenere ricostruzioni dei riti che non siano esplicitamente attestati. La destinazione cultuale delle acque è riconosciuta; gesti, formule e cerimonie di chi arrivava alla sorgente non sono invece ricostruibili nel dettaglio.
Il tratto che rende Su Tempiesu particolarmente leggibile è la conservazione della sua forma costruita. Qui la sorgente non è soltanto raggiunta attraverso un vano: è custodita da un piccolo edificio di pietra che conserva ancora parti decisive del proprio profilo.
Sette metri di pietra in elevato
La pagina ufficiale di SardegnaTurismo definisce Su Tempiesu l’unica testimonianza originale conservata di un pozzo sacro con struttura in elevato e coperta. È una qualificazione riferita alla particolare conservazione della struttura in elevato e della copertura. Indica, in ogni caso, perché questo santuario possa essere osservato non soltanto dal basso, verso la camera della sorgente, ma anche nelle sue altezze, nel tetto e nelle finiture esterne.
L’edificio misura circa sette metri in altezza ed è realizzato in opera isodoma, con conci lavorati di trachite e basalto. La sua articolazione comprende vestibolo, scala e cella. Sono parole essenziali, ma restituiscono una costruzione composta e non una cavità indistinta: il percorso è definito da spazi successivi, mentre la copertura dà al monumento un volto architettonico completo.
La materia impiegata, trachite e basalto, appare nella precisione dei conci lavorati. Non abbiamo trovato indicazioni puntuali sulle tecniche di cantiere o sulla provenienza delle pietre; ciò che si può dire è che l’opera isodoma conferisce all’insieme una struttura ordinata, fatta di elementi preparati e disposti con regolarità.
Dal vestibolo alla camera a tholos
Il vestibolo è quadrangolare. Il pavimento presenta una lieve inclinazione, le pareti sono aggettanti e le lastre formano uno stretto arco acuto. Sono dettagli che guidano lo sguardo verso l’interno senza bisogno di trasformare il passaggio in una processione immaginaria: la sequenza spaziale è già abbastanza eloquente nella sua concretezza.
Alla base delle pareti laterali si trovano due banconi-sedile. Nella muratura sono inoltre ricavati stipetti destinati alle offerte. La loro presenza attesta funzioni architettoniche connesse al deposito di oggetti, ma non consente di stabilire quale gesto preciso compissero le persone che frequentavano il santuario. È più corretto fermarsi alla disposizione documentata: sedili lungo le pareti, piccoli spazi ricavati nella pietra, la fonte oltre la soglia.
Quattro gradini conducono alla piccola camera a tholos. Qui il pavimento è lastricato e presenta una fossa centrale di decantazione. La discesa, breve ma definita, porta dal vestibolo al punto in cui l’acqua viene raccolta e regolata. A Su Tempiesu la struttura non separa il costruito dall’elemento naturale: lo organizza, lo incanala e gli costruisce attorno una forma.
Il tetto, le gronde e le venti spade
Sopra la cella, la copertura completa l’immagine del santuario. Il tetto è a duplice spiovente, con doppia gronda scolpita e timpano triangolare. Sono particolari fondamentali proprio perché permettono di leggere ciò che spesso, in strutture di questo genere, non è più conservato: non solo il vano della fonte, ma l’aspetto esterno di un edificio coperto.
Sul tetto poggiava un acroterio troncopiramidale. L’acroterio sosteneva venti spade votive bronzee decorate, infisse in appositi fori. L’immagine delle armi collocate in alto è netta, ma il suo significato non va esteso oltre il dato attestato: erano spade votive, sistemate sull’acroterio. Il significato politico, militare o simbolico di quella collocazione resta aperto.
Questo elemento unisce con forza l’architettura e l’offerta. Il tetto non era soltanto una protezione della fonte: portava anche un segno votivo visibile, mentre altri oggetti venivano deposti nel pozzetto e nelle rientranze della roccia.
Nel pozzetto, i segni dell’offerta
Nel pozzetto furono rinvenuti ex voto bronzei di diversa natura: pugnali, spilloni, pendagli, bracciali, anelli, vaghi di collana, aghi e statuine. L’elenco compone un insieme non uniforme, nel quale armi, ornamenti, strumenti e figure umane convivono come offerte votive.
Fra le statuine sono enumerati offerenti, guerrieri e personaggi con mantello e bastone di comando. Queste definizioni descrivono le tipologie riconosciute, ma non permettono di ricostruire l’identità di singoli individui né le ragioni specifiche di ogni deposizione. Per seguire misure, cronologie e collocazione attuale di ogni manufatto sarebbe necessario un catalogo analitico dei reperti.
Altre offerte erano custodite in ripostigli ricavati nelle rientranze della roccia. Il santuario si allarga così, almeno nella distribuzione dei depositi, oltre la sola camera: la parete da cui nasce l’acqua partecipa anche alla conservazione delle offerte. È un dato sobrio, ma importante. Attorno alla fonte non si dispongono soltanto pietre costruite; resta presente anche la roccia naturale, con le sue cavità utilizzate come ripostigli.
L’acqua che prosegue verso una seconda fonte
Il movimento dell’acqua non termina nella camera sacra. Durante le piene, quella in eccesso percorre una canaletta sul pavimento del vestibolo e viene convogliata verso una seconda piccola fonte. La soluzione mostra una continuità tra la gestione concreta della sorgente e la forma del complesso.
La seconda fonte è descritta come una riproduzione in scala minore di quella principale. Presenta un recinto esterno curvilineo, una canaletta con gocciolatoio, un archetto e una fossetta di decantazione. Anche qui l’acqua è accolta da elementi costruiti che ne disegnano il passaggio.
La scheda regionale e lo studio universitario di Claudio Bulla permettono di confrontare il monumento conservato con il suo contesto archeologico. Tra il XIII e il IX secolo a.C., secondo la cronologia proposta, Su Tempiesu fu frequentato attorno alla sua sorgente; nel 1953 entrò di nuovo nel campo della conoscenza documentata. Ciò che resta più vicino, oggi, è la forma stessa del luogo: la pietra che contiene l’acqua e le offerte che conservano il gesto di chi volle affidare qualcosa alla fonte.
Riferimenti consultati
Fonti e approfondimenti
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SardegnaTurismo · Su Tempiesu SardegnaTurismo · Regione Autonoma della Sardegna · Istituzionale
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Orune, fonte sacra di Su Tempiesu Sardegna Cultura · Regione Autonoma della Sardegna · Istituzionale
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La ceramica nuragica della prima età del ferro Claudio Bulla · Università degli Studi di Sassari · Scientifica · 27 febbraio 2015