Esoterismo e Rituali

Pranu Muttedu, il paesaggio costruito attorno ai morti

Nel Gerrei, tombe a circolo, domus de janas e menhir compongono il paesaggio prenuragico di Pranu Muttedu. Le relazioni spaziali sono leggibili; orientamenti e riti restano da dimostrare.

Il paesaggio funerario prenuragico di Pranu Muttedu, tra menhir e circoli di pietra nel Gerrei.
Immagine creata da Alpi AI Studio con strumenti di intelligenza artificiale.

Sulla piattaforma arenacea e scistosa del Gerrei, a pochi chilometri da Goni, Pranu Muttedu non appare come un monumento solo. È un terreno di pietre distribuite: sepolcri segnati da anelli concentrici, camere funerarie, menhir in arenaria locale, ipogei scavati nel roccione. La sua forza non sta nell’offrire una risposta immediata, ma nel costringere lo sguardo a passare da un nucleo all’altro, riconoscendo architetture differenti dentro un medesimo complesso funerario prenuragico.

È questa la lettura più aderente all’articolazione visibile del sito. Non occorre immaginare che gli allineamenti indichino il Sole, la Luna o i punti cardinali: nel sito i menhir sono disposti disposti in coppie, allineamenti e piccoli gruppi, ma non ne fornisce direzioni né interpretazioni astronomiche. Allo stesso modo, non consegna un copione di cerimonie. Ciò che si può osservare è già molto: un paesaggio monumentale nel quale tombe, circoli e pietre erette sono messi in relazione dallo spazio e, in alcuni casi, dalla stessa costruzione.

Una piattaforma, più nuclei

Parlare di Pranu Muttedu al singolare rischia di semplificare un insieme esteso. La descrizione dell’area ne distingue diversi agglomerati lungo una progressione topografica. A nord, presso Su Crancu, si trova un agglomerato di capanne riferito alla necropoli; più a sud sono collocati i sepolcreti di Pranu Muttedu e Nuraxeddu; ancora oltre, verso sud, si incontra la necropoli ipogeica di Genna Accas.

Questa scansione non prova che tutte le strutture siano contemporanee o che abbiano assolto identiche funzioni. Il nesso cronologico preciso tra le varie tipologie non è esplicitato. Mostra però un dato essenziale: l’area non è formata da emergenze isolate, bensì da nuclei monumentali che occupano lo stesso orizzonte territoriale. La varietà non spezza il paesaggio; gli dà profondità.

Nella zona circostante sono segnalati anche i resti del dolmen ad allée couverte di Baccoi. È una presenza che amplia il quadro delle architetture note nel territorio, senza sostenere per questo a stabilire una relazione funzionale o una successione cronologica con i sepolcreti di Pranu Muttedu. In un luogo tanto denso di pietre, la cautela non impoverisce il racconto: evita di trasformare la vicinanza in una certezza che le fonti non formulano.

I sepolcri: anelli, tumulo e camera funeraria

Tra le forme più leggibili del complesso vi sono i sepolcri costruiti con due o tre anelli concentrici di pietre. Talvolta questi cerchi sono accompagnati da un paramento gradonato, destinato a sostenere il tumulo. La struttura esterna non è dunque un semplice recinto: è parte di un’architettura funeraria che organizza il rapporto fra il terreno, il rilievo del tumulo e il vano centrale.

Al centro si apre la camera funeraria, raggiunta attraverso un corridoio composto da lastroni ortostatici e coperto a piattabanda. Le celle possono essere circolari oppure allungate; tale differenza è stata collegata al numero delle sepolture che erano destinate a ospitare. È un’indicazione concreta sulla pluralità delle soluzioni costruttive, non una chiave per ricostruire una liturgia comune a tutto il sito.

Accanto a queste tombe sono ricordate anche ciste monosome. In esse il defunto veniva introdotto tramite un portello quadrangolare e deposto rannicchiato. Il dato riguarda questa specifica soluzione funeraria e merita di restare circoscritto: non permette, da solo, di estendere posizione del corpo, gesti o credenze a ogni tomba, a ogni nucleo e a ogni fase frequentata nel paesaggio di Pranu Muttedu.

La geometria dei cerchi, insomma, parla prima di tutto di una tecnica e di una forma dello spazio sepolcrale. Può suggerire al lettore contemporaneo un ordine rigoroso, ma non basta per dedurne orientamenti o percorsi rituali. Quei significati rimangono da dimostrare.

Menhir accanto alle tombe: un rapporto visibile, un significato aperto

Nei sepolcreti di Pranu Muttedu e Nuraxeddu i menhir sono associati ai gruppi tombali. La relazione è presentata con modalità precise: compaiono in coppie, in allineamenti, in piccoli gruppi e, talvolta, nelle stesse architetture delle tombe. Questo è il punto fermo: i monoliti non stanno semplicemente “nei dintorni”, ma partecipano materialmente alla fisionomia monumentale dei sepolcreti.

Sono realizzati in arenaria locale e appartengono al tipo protoantropomorfo. Hanno forma ogivale o subogivale e una superficie anteriore piana. La loro descrizione basta a restituire una presenza concreta, senza sovraccaricarla di simboli non attestati. Definirli protoantropomorfi indica una tipologia; non dimostra che raffigurassero persone specifiche, antenati, divinità o figure legate a una cerimonia determinata.

Persino il numero invita alla precisione. Le sintesi divulgative riportano due conteggi non coincidenti: in un passaggio indica circa sessanta menhir, in un altro cinquanta. Entrambe le formulazioni li presentano come il maggiore raggruppamento, o la maggiore concentrazione, noto in Sardegna; tuttavia la discrepanza resta e non va nascosta scegliendo arbitrariamente una delle due cifre. Per il lettore è più corretto riconoscere un insieme numeroso e rilevante, il cui totale è riportato in modo diverso nella medesima descrizione.

Qui si colloca anche il limite più importante dell’interpretazione. Un allineamento è una disposizione osservata; non equivale automaticamente a un orientamento astronomico. Non abbiamo trovato indicazioni su direzioni cardinali, riferimenti solstiziali o lunari, calcoli e significati rituali. Pranu Muttedu può restare enigmatico senza diventare un osservatorio dimostrato solo dall’immaginazione di chi lo guarda.

Genna Accas e le forme che convivono

Nel nucleo meridionale di Genna Accas il paesaggio cambia nuovamente registro. Qui sono documentate domus de janas scavate nel roccione e tre circoli tombali. Alle tombe costruite mediante anelli di pietre si affiancano quindi sepolture ipogeiche: cavità ricavate nella roccia, non edifici sollevati sul piano della piattaforma.

È proprio questa differenza a rendere più interessante l’unità del complesso. Leggere insieme le strutture non significa appiattirle in un unico modello funerario. Significa riconoscere che il paesaggio comprende soluzioni diverse, distribuite in nuclei diversi, e che la loro compresenza definisce una geografia della memoria funeraria più ampia della singola tomba.

Presso i sepolcreti sono inoltre segnalate costruzioni rotonde di probabile carattere sacrale. L’aggettivo è decisivo. Si tratta di un’interpretazione, non di una funzione dimostrata. Non è quindi possibile attribuire a queste strutture culti identificabili, offerte intenzionali, cerimonie o una sequenza d’uso. Restano elementi da interrogare, la cui prossimità alle tombe contribuisce alla complessità del sito ma non scioglie il loro significato.

La tomba II e il tempo restituito dai materiali

Lo scavo della tomba II aggiunge un’altra dimensione, quella degli oggetti. Fra i manufatti restituiti sono segnalati vasetti miniaturistici, punte di freccia in ossidiana, oggetti in selce e un’accettina in pietra bianca. Una descrizione più estesa menziona anche elementi di collana in argento. Sono reperti che permettono di collocare almeno questo contesto in una trama temporale; non sono, da soli, la prova di un rito generale per l’intero complesso.

I materiali sono riferiti al contesto Ozieri del Neolitico finale, fra il 3200 e il 2800 a.C., con attardamenti o inserimenti nel primo Calcolitico fra il 2800 e il 2600 a.C. L’arco restituisce la profondità cronologica del contesto, ma non stabilisce una sequenza certa fra menhir, circoli, tombe ipogeiche e costruzioni rotonde. Sarebbe improprio usare la datazione dei reperti di una tomba per fissare, senza ulteriori evidenze, l’ordine di costruzione o il significato di ogni altra struttura.

Pranu Muttedu chiede dunque una lettura paziente. I cerchi delimitano sepolcri e camere; le domus de janas aprono il roccione di Genna Accas; i menhir affiancano le tombe o vi entrano talvolta come parte dell’architettura; le strutture rotonde restano una presenza soltanto probabilmente sacrale. Non un sistema simbolico interamente decifrato, non una mappa celeste provata, ma un grande paesaggio funerario nel quale le differenze architettoniche continuano a parlare insieme.

Le nuove ricerche universitarie, affiancate alle schede istituzionali, consentono oggi di leggere con maggiore precisione le relazioni fra tombe, menhir e paesaggio. Il confine documentato non spegne il mistero di queste pietre: gli restituisce, semmai, la misura esatta del suo silenzio.

Riferimenti consultati

Fonti e approfondimenti

  1. SardegnaTurismo · Parco di Pranu Muttedu SardegnaTurismo · Regione Autonoma della Sardegna · Istituzionale
  2. Goni, menhir e sepolture megalitiche di Pranu Muttedu Sardegna Cultura · Regione Autonoma della Sardegna · Istituzionale
  3. Nuove attività di ricerca nell’area archeologica di Pranu Mutteddu di Goni Porcedda, Marcialis, Trudu, Spanedda, Camara Serrano e Cicilloni · Università degli Studi di Cagliari · Scientifica · 01 gennaio 2025