Enigmi Sardi

Monte d’Accoddi oltre il paragone con la ziqqurat

Sotto la terrazza a gradoni di Monte d’Accoddi resta la traccia di un santuario neolitico dipinto d’ocra. Le fasi raccontano una trasformazione locale, non una ziqqurat mesopotamica.

Illustrazione editoriale generata con AI per “Monte d’Accoddi oltre il paragone con la ziqqurat”.
Immagine creata da Alpi AI Studio con strumenti di intelligenza artificiale.

Nella Nurra, undici chilometri da Sassari lungo la vecchia statale 131 verso Porto Torres, la rampa di Monte d’Accoddi conduce lo sguardo verso una massa di pietra che sembra raccolta attorno a un solo gesto: salire. È l’immagine che ha reso celebre il complesso e che alimenta, da tempo, il paragone con le ziqqurat mesopotamiche. Ma la forma visibile oggi non è il primo edificio sorto qui. Sotto la grande terrazza si conserva la memoria di una costruzione più antica, più piccola, intonacata e dipinta.

La questione decisiva, prima di evocare l’Oriente, è dunque un’altra: quali trasformazioni architettoniche vengono attribuite al monumento? Gli scavi distinguono due fasi, denominate «tempio rosso» e «tempio a gradoni». È una sequenza che permette di leggere Monte d’Accoddi non come un blocco immobile nel paesaggio, ma come un santuario modificato nel corso dei secoli. Il confronto con le ziqqurat può descriverne l’aspetto finale; non dimostra però contatti, derivazioni culturali o un’identità religiosa condivisa. Il confronto formale non dimostra una relazione diretta con i templi della Mesopotamia.

La terrazza custodisce un edificio precedente

Il tratto più singolare del complesso sta proprio nella sovrapposizione delle sue architetture. Alla fase più antica appartiene il cosiddetto «tempio rosso», collocato tra il 3500 e il 2900 a.C., nel Neolitico finale e nell’ambito della cultura di Ozieri. A questa costruzione segue, nell’Eneolitico, un più vasto «tempio a gradoni», datato circa al 2700 a.C. e associato alla cultura di Abealzu-Filigosa.

Le due denominazioni sono ormai entrate nella descrizione archeologica e conviene mantenerle per ciò che sono: strumenti descrittivi utili a distinguere le fasi. Non indicano da sole divinità, riti o identità di gruppi umani oltre quanto esplicitamente riportato. Ciò che emerge con chiarezza è un passaggio materiale: un primo santuario fu abbandonato, ricoperto e inglobato da un’architettura successiva, più ampia e riconoscibile da lontano.

Il «tempio rosso»: piattaforma e superfici dipinte

La prima costruzione era impostata su una piattaforma a tronco di piramide, con lati di base di 27 metri. Già questa misura restituisce un’opera di impegno monumentale, pur diversa per scala dalla terrazza che oggi domina il sito. Sulla piattaforma sorgeva un vano rettangolare, le cui superfici erano intonacate e dipinte in ocra; sono state riconosciute anche tracce di giallo e nero.

Il nome di «tempio rosso» nasce da questo dato concreto: la presenza delle pitture, non da un simbolismo che possa essere ricostruito con certezza a partire dal colore. Del vano antico sarebbero conservati il pavimento e resti del muro perimetrale. Sono elementi importanti, perché riportano l’attenzione dall’immagine generale della piramide alla consistenza di uno spazio costruito: una stanza rettangolare, pareti trattate, pigmenti ancora riconoscibili in tracce.

Non sono invece documentati gli arredi, la copertura o i gesti celebrati all’interno. Le superfici dipinte attestano un ambiente elaborato; non bastano, da sole, a identificare il culto praticato. È un limite utile da tenere fermo, soprattutto attorno a un monumento sul quale l’immaginazione ha spesso aggiunto più di quanto i dati archeologici permettano di dire.

Intorno al 2800 a.C., il santuario viene ricoperto

Attorno al 2800 a.C. il «tempio rosso» era già abbandonato da circa due secoli. Fu allora ricoperto con terra, pietre e marna calcarea, quindi rivestito con grandi blocchi lapidei. Questo è il nodo costruttivo della storia di Monte d’Accoddi: la seconda forma del monumento non nasce accanto alla prima, ma sopra di essa.

Si può descrivere con sicurezza la successione delle operazioni — abbandono, colmatura, rivestimento — ma non il loro preciso significato religioso. Ricoprire un edificio non equivale automaticamente a cancellarlo, profanarlo o conservarlo intenzionalmente: mancano dati stratigrafici e argomentazioni che consentano di scegliere fra queste letture. Rimane, tuttavia, la potenza fisica del gesto. Il vano dipinto e la sua piattaforma entrano nel corpo di una costruzione diversa, destinata a ridefinire la presenza del santuario nella pianura della Nurra.

La grande piattaforma a gradoni e la rampa

Verso il 2700 a.C., prende forma il «tempio a gradoni». Si tratta di una piattaforma piramidale più ampia della precedente, raggiungibile attraverso una rampa: è questa la configurazione che più immediatamente richiama, a livello visivo, le architetture a terrazze dell’antico Vicino Oriente.

La rampa è indicata come lunga 40 metri e larga da 13 a 7 metri. Non è un dettaglio secondario: organizza il movimento verso la sommità e trasforma il monumento in una costruzione pensata anche per essere percorsa. L’estensione complessiva riportata è di 1.600 metri quadrati, mentre l’altezza è prossima ai 6 metri. La possibilità di un’altezza originaria di circa 8 metri va invece mantenuta nel suo statuto di ricostruzione cauta, non come misura accertata.

La terrazza, dunque, non cancella la sua storia precedente: la contiene. La grande forma a gradoni è il risultato di una trasformazione che incorpora il santuario neolitico e gli impone una nuova sagoma, una nuova scala, un nuovo accesso. In questa continuità mutata risiede forse la vera complessità del sito.

Una lunga frequentazione, poi il riuso funerario

Il monumento mantenne una funzione religiosa per circa un millennio; ai suoi piedi sono stati rinvenuti, ai suoi piedi, di resti di pasti sacri e oggetti rituali. L’indicazione suggerisce una frequentazione protratta e un rapporto durevole tra il monumento e le comunità che attraversarono questo tratto della Nurra. Senza dati di scavo e analisi puntuali, non è possibile ricostruire più nel dettaglio le pratiche, le offerte o il ruolo dei singoli elementi disposti attorno al santuario.

L’abbandono del sito viene collocato all’inizio del Bronzo antico, circa nel 1800 a.C. In seguito, il luogo sarebbe stato riutilizzato saltuariamente per sepolture. È un passaggio che cambia il rapporto con la terrazza: non necessariamente più un edificio nella sua funzione originaria, ma un’emergenza monumentale ancora presente nella geografia e nella memoria delle comunità successive.

Ziqqurat: un confronto di forma, non una genealogia

Il paragone resiste perché è immediato. La piattaforma a gradoni, la massa piramidale e la rampa del secondo santuario fanno sì che Monte d’Accoddi «ricordi» una ziqqurat. Questo è il piano su cui il confronto può essere accolto: quello della somiglianza formale, dell’impressione architettonica prodotta dalla costruzione.

Ma una somiglianza nella forma non stabilisce, da sola, una medesima origine, una circolazione di persone o idee, né una coincidenza di funzioni religiose. Non prova contatti diretti con la Mesopotamia e non basta per chiamare il complesso una «ziqqurat sarda» nel senso di una replica o di un derivato. La somiglianza della sagoma non costituisce una prova di rapporti diretti con i templi mesopotamici.

Le formule assolute — «identico», «del tutto simile», «prova di un’origine orientale» — eccedono dunque l’evidenza presentata. Possono appartenere alla fortuna narrativa del monumento, ma non alla conclusione archeologica sostenuta dai dati archeologici. Monte d’Accoddi merita di essere letto prima nella sua sequenza locale: un nucleo neolitico dipinto, la sua copertura, una grande terrazza eneolitica, una lunga durata di frequentazione.

Ipotesi, leggenda e ciò che non possiamo affermare

Attorno a Monte d’Accoddi circolano anche immagini più suggestive: una possibile dedica a una divinità femminile, una camera interna inesplorata interpretata come «letto sacro», un culto lunare, perfino la leggenda di un principe-sacerdote giunto dal Medio Oriente. Una divinità femminile resta una possibilità, la camera e il letto sacro come ipotesi formulate per analogia con la Mesopotamia, e la storia del principe-sacerdote come leggenda.

Queste distinzioni non impoveriscono il racconto del luogo. Al contrario, consentono di ascoltare ogni registro per ciò che è: la tradizione come tradizione, l’ipotesi come ipotesi, l’architettura come dato descritto. Anche le funzioni sacrificali attribuite con precisione a menhir, lastra forata e massi sferoidali non possono essere trattate qui come dimostrate, quando non siano accompagnate da dati o argomentazioni archeologiche capaci di sostenerle.

La cronologia può essere approfondita confrontando la scheda regionale, l’inquadramento di Sardegna Cultura e i dati archeologici discussi nella letteratura scientifica.

La vertigine della trasformazione

Davanti alla rampa di Monte d’Accoddi, nella luce aperta della Nurra, è facile fissarsi sulla sua sagoma finale. Eppure il dato più eloquente è ciò che quella sagoma contiene: prima una piattaforma con un vano intonacato e dipinto, poi l’abbandono e la ricopertura, infine la terrazza a gradoni destinata a durare nel paesaggio.

Il richiamo alle ziqqurat può orientare lo sguardo, ma non deve sostituirsi alla storia del monumento. La sua profondità non dipende da genealogie non dimostrate: sta nella capacità di una costruzione preistorica sarda di mutare pelle, custodendo sotto la pietra della seconda fase la traccia silenziosa della prima.

Riferimenti consultati

Fonti e approfondimenti

  1. SardegnaTurismo · Tempio-altare di Monte d’Accoddi SardegnaTurismo · Regione Autonoma della Sardegna · Istituzionale
  2. Sassari, altare prenuragico di Monte d’Accoddi Sardegna Cultura · Regione Autonoma della Sardegna · Istituzionale
  3. Sperm whales in the Neolithic Mediterranean: a tooth from the sanctuary of Monte d’Accoddi Maria Grazia Melis e Marco Zedda · Antiquity · Scientifica · 01 gennaio 2021