THALAN – I frammenti di Iskàra

Capitolo IV

La soglia del cielo

Nara e Thalan raggiungono Monte d’Accoddi, dove la pietra restituisce il ricordo che lei aveva scelto di dimenticare. Iria tenta di deformarlo, ma Nara rivendica la propria memoria e risveglia il quarto frammento.

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I frammenti di Iskàra Capitolo IV · La soglia del cielo
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Opera narrativa e illustrazioni create da Alpi AI Studio. I luoghi evocano la Sardegna archeologica all’interno di un racconto di fantasia.

Versione narrativa integrale

La soglia del cielo

La visione ricevuta nella Tomba dei Giganti conduce Nara e Thalan a Monte d’Accoddi, davanti a una soglia innalzata verso il cielo. Tra loro, però, resta la verità appena emersa: Thalan ha sottratto a Nara una parte dell’infanzia. Per raggiungere il quarto frammento, Nara dovrà recuperare ciò che aveva scelto di dimenticare e decidere da sola quale peso è pronta a portare.

La rampa e il silenzio

Il sole non era ancora sorto quando la piattaforma apparve davanti a loro.

Monte d’Accoddi emergeva dalla pianura come una massa di pietra costruita per avvicinare la terra all’orizzonte. La lunga rampa saliva verso la sommità con una pendenza regolare, tagliando il paesaggio ancora immerso nell’azzurro dell’alba. Intorno, il vento piegava l’erba bassa e attraversava i cespugli senza produrre altro suono.

Nara si fermò ai piedi della salita.

Il pendente con i tre frammenti emanava un calore lento. Non vibrava come davanti al monolite e non pronunciava nomi come nella Tomba dei Giganti. Sembrava trattenere il respiro.

Thalan rimase qualche passo dietro di lei.

Da quando avevano lasciato la tomba, non aveva tentato di avvicinarsi. Aveva rispettato la distanza imposta dal silenzio di Nara, ma quel rispetto arrivava troppo tardi. Per anni aveva custodito una parte della sua vita senza dirle che esistesse.

Nara iniziò a salire.

Le pietre della rampa erano fredde sotto le suole. Ogni passo rendeva più ampio il paesaggio alle sue spalle, ma lei non si voltò. Il marchio sul polso si accese con una luce pallida e il pendente si sollevò appena dal petto.

«Dimmi cosa mi hai tolto.»

La voce non era alta, ma raggiunse Thalan come se la rampa l’avesse raccolta.

Lui continuò a seguirla senza ridurre la distanza.

«Un ricordo che non potevi portare.»

Nara si arrestò. Per un istante ebbe l’impulso di affrontarlo, ma non voleva che il viaggio si fermasse ancora intorno alle sue spiegazioni. Voltò soltanto il viso.

«Non spetta più a te deciderlo.»

Thalan abbassò lo sguardo. Non cercò di difendersi.

Quando Nara riprese la salita, tre linee luminose uscirono dal pendente. Corsero tra le giunture della rampa, seguirono percorsi invisibili sotto la polvere e raggiunsero la sommità.

Lassù, una colonna di luce sottile si sollevò verso il cielo che cominciava a schiarire.

Monte d’Accoddi li aveva riconosciuti.

Il luogo che restituisce

Sulla piattaforma il vento cessò.

Al centro della sommità, la luce attraversava una superficie circolare scavata nella pietra. Non era un’apertura. Sembrava piuttosto il punto in cui molte linee differenti si incontravano per formare una spirale.

Nara si avvicinò.

Il pendente si sollevò dal suo petto e i tre frammenti proiettarono altrettanti raggi sulla superficie. Il disegno si completò solo in parte: tra le linee rimaneva uno spazio vuoto, una quarta assenza dai bordi netti.

Nara tese la mano, ma Thalan parlò prima che potesse toccare la pietra.

«Questo luogo non custodisce. Restituisce.»

Lei lo guardò. «Che cosa?»

«Ciò che gli è stato affidato.»

Il centro della superficie divenne scuro e lucido come acqua ferma.

Nara vide il proprio volto. Poi i lineamenti cambiarono: le guance si fecero più piccole, i ricci più corti, le mani sottili. Dall’altra parte della pietra una bambina la osservava con il pendente stretto tra le dita.

Nara riconobbe se stessa prima ancora di riconoscere il luogo riflesso dietro la figura.

Il pozzo.

La Luna sull’acqua. La donna anziana che l’aveva accompagnata. La sacerdotessa apparsa nella profondità. Thalan alle sue spalle.

«Il mio ricordo.»

La bambina sollevò lo sguardo come se avesse sentito la sua voce.

Thalan si fermò accanto al bordo della pietra.

«Tornerà anche ciò da cui ti ho nascosta.»

Nara avvertì la paura prima ancora di sapere a chi appartenesse. Non era quella della donna che era diventata. Era un terrore più antico, conservato nel corpo quando la mente aveva dimenticato la causa.

La superficie la attirò.

Il cielo, la piattaforma e la luce dell’alba scomparvero. Nara non cadde, ma ebbe la sensazione di attraversare una distanza che aveva abitato dentro di lei per tutta la vita.

Ciò che aveva chiesto

La notte del pozzo tornò intera.

Nara era contemporaneamente la donna che osservava e la bambina che stringeva il pendente. Sentiva la pietra umida sotto i piedi nudi, l’odore dell’acqua e la mano della donna anziana posata sulla sua spalla.

Thalan era già lì.

Non sembrava più giovane. Il tempo aveva lasciato pochi segni sul suo volto, ma nei suoi occhi non c’era ancora la stanchezza che Nara conosceva. Si era inginocchiato davanti alla bambina come qualcuno che aveva promesso di proteggerla.

Poi una presenza aveva raggiunto l’ingresso.

Iria.

I capelli grigi erano raccolti all’indietro e il cappotto nero assorbiva la luce della Luna. Sul dito portava l’anello con la spirale ancora integra solo a metà. Dal simbolo usciva un filo scuro che cercava il pendente della bambina.

La piccola Nara aveva indietreggiato.

Non chiedeva chi fosse quella donna. La conosceva già.

Afferrò il mantello di Thalan e lo costrinse a guardarla.

«Portamelo via, prima che lei mi trovi.»

La frase attraversò la memoria con una chiarezza dolorosa.

Thalan esitò.

«Se lo faccio, dimenticherai anche noi.»

La bambina guardò verso Iria. Il filo nero avanzava sulla pietra e l’acqua del pozzo deformava il riflesso della Luna.

«Fallo.»

Thalan le posò due dita sulla fronte.

Una linea dorata uscì dalla mente della bambina. Non era soltanto un’immagine: conteneva voci, luoghi, promesse e la certezza di essere già parte di qualcosa iniziato prima della sua nascita. Il filo si raccolse nella mano di Thalan e scomparve nel frammento che lui portava con sé.

Il volto della piccola Nara si distese. Guardò il pozzo senza riconoscerlo e il terrore lasciò il posto a un vuoto quieto.

La visione si spezzò.

Nara tornò sulla piattaforma con il respiro corto. Thalan era davanti a lei, immobile.

«Sono stata io a chiedertelo?»

«Sì.» La risposta gli costò più di qualunque difesa. «Ma dovevo restituirtelo.»

Nara comprese entrambe le verità.

Da bambina aveva scelto di dimenticare per sopravvivere a ciò che Iria cercava in lei. Thalan aveva rispettato quella richiesta. Ma aveva trasformato una scelta temporanea in una condanna, decidendo da solo che Nara non sarebbe mai stata pronta.

La colpa non cancellava il gesto con cui l’aveva salvata. Il gesto non cancellava gli anni di silenzio.

«Hai aspettato troppo.»

Thalan chinò il capo. «Lo so.»

Per la prima volta non aggiunse altro.

Non sei la chiave

La memoria non era terminata.

La superficie di pietra tornò a illuminarsi e mostrò la sacerdotessa del pozzo. Aveva lunghi capelli intrecciati, bracciali di bronzo e una veste scura tessuta con motivi che Nara aveva visto sulle incisioni dei frammenti.

La donna si inginocchiò davanti alla bambina.

Tra loro, il pendente sembrava ancora integro. La spirale centrale conteneva molte parti unite, diverse per colore e materia, ma legate dallo stesso disegno.

La sacerdotessa sollevò il disco.

Il pozzo scomparve. Intorno a loro apparve l’Isola vista dall’alto, composta di roccia e luce. Il pendente si spezzò e i frammenti partirono in direzioni differenti: verso pozzi, monoliti, tombe, alture e cavità scavate nella pietra.

Ogni luogo accolse una parte della spirale.

Nara credette di comprendere. «Sono io che devo riunirli.»

La sacerdotessa scosse il capo.

«Tu non sei la chiave.»

Il volto della bambina si sovrappose a quello della donna. Nara vide i propri occhi attraversare gli anni, immutati nonostante tutto ciò che aveva dimenticato.

«Sei ciò che deve ricordare.»

La visione si dissolse.

Sulla sommità di Monte d’Accoddi, la superficie circolare si aprì lungo le linee luminose. Dal centro emerse un frammento scuro, attraversato da una spirale dorata. Era più sottile degli altri e sembrava assorbire il colore del cielo.

Il quarto frammento.

Nara non allungò subito la mano.

Fino a quel momento aveva creduto che i luoghi reagissero a lei perché possedeva qualcosa di necessario ad aprirli. Ora comprendeva che non era stata scelta per comandare i frammenti. Era stata preparata per ascoltare ciò che conservavano senza trasformarlo in possesso.

Il potere non consisteva nell’aprire le soglie.

Consisteva nel ricordare ciò che gli altri avrebbero voluto riscrivere.

Ricordare non significa obbedire

Iria apparve sul margine della piattaforma.

Non arrivò dalla rampa. La sua figura sembrò separarsi dall’ombra proiettata dalle pietre. L’anello danneggiato emanava una pulsazione irregolare e nuove crepe attraversavano la spirale spezzata.

Guardò il frammento sospeso, poi Nara.

«Quella memoria vi distruggerà.»

Thalan avanzò e si pose tra loro.

Nara gli tese il braccio davanti al petto, fermandolo.

«No. Questa scelta è mia.»

Thalan la osservò. Poi arretrò di un passo.

Non era obbedienza. Era la prima volta in cui accettava di proteggerla senza sostituirsi a lei.

Iria sollevò la mano.

Filamenti neri uscirono dall’anello e raggiunsero il quarto frammento. La luce dorata si deformò. Per un istante Nara vide versioni differenti dello stesso ricordo: in una aveva supplicato Thalan; in un’altra lui l’aveva costretta; in un’altra ancora Iria era la figura che aveva tentato di salvarla.

Ogni immagine conteneva abbastanza verità da sembrare possibile.

Era così che Iria agiva. Non cancellava necessariamente il passato: ne moltiplicava le forme finché nessuno poteva più distinguere una scelta da una manipolazione.

Nara chiuse gli occhi.

Non cercò la versione meno dolorosa. Cercò quella che portava il peso delle conseguenze.

Aveva chiesto di dimenticare. Thalan aveva scelto di non restituire. Iria aveva inseguito entrambe le decisioni per trasformarle in una frattura definitiva.

Tre verità potevano esistere nello stesso ricordo senza annullarsi.

Nara posò il palmo sulla pietra.

«Ricordare non significa obbedire.»

Il marchio sul polso si accese.

Le linee azzurre attraversarono la superficie e si unirono alla luce dei tre frammenti. L’onda raggiunse il quarto, recise i filamenti neri e colpì l’anello di Iria.

La donna fu respinta. Una nuova crepa divise il simbolo e alcune schegge scure caddero sulla pietra.

Iria non gridò. Guardò Nara con un’espressione che non era soltanto rabbia.

«Quando ricorderai tutto, non saprai più chi proteggere.»

Poi arretrò verso l’ombra e scomparve oltre il bordo della piattaforma.

La sua minaccia rimase nell’aria.

La città sotto la roccia

Il quarto frammento raggiunse Nara.

Il pendente si aprì e accolse la nuova parte. Le quattro sezioni si unirono senza cancellare le fratture. La spirale divenne più ampia, ma restò incompleta: altri spazi attendevano ancora di essere colmati.

La luce attraversò il petto di Nara e raggiunse il marchio sul polso.

La piattaforma scomparve.

Davanti a lei si aprì un ambiente scavato nella roccia. Un corridoio stretto conduceva a camere sotterranee, sostenute da pilastri lasciati nella pietra. Tracce rosse segnavano alcune pareti; altrove, forme simili a corna accompagnavano ingressi più piccoli.

Non era una città nel significato comune. Eppure Nara percepì una moltitudine di presenze, stanze collegate, soglie costruite per permettere ai morti di continuare ad appartenere alla comunità dei vivi.

Una linea dorata attraversava i vani e scendeva sempre più in profondità.

Qualcosa li attendeva sotto la roccia.

La visione terminò.

Nara strinse il pendente. Il sole era ormai sopra l’orizzonte e la sommità di Monte d’Accoddi aveva ripreso il proprio silenzio.

«Ho visto una città sotto la roccia.»

Thalan la osservò senza avvicinarsi.

«Dove?»

Il nome affiorò insieme all’ultima immagine: aperture scure nella pietra, corridoi sotterranei e il filo luminoso che continuava oltre ciò che la visione le aveva concesso.

«Anghelu Ruju.»

Nara lasciò la superficie circolare e iniziò a scendere.

Monte d’Accoddi rimase alle loro spalle. Thalan la seguì, ancora a distanza. Tra loro non c’era perdono, ma una verità finalmente condivisa: la memoria di Nara non apparteneva più al custode che l’aveva protetta né alla donna che voleva deformarla.

Apparteneva a lei.

Il pendente con i quattro frammenti brillò un’ultima volta. Nella luce del mattino, la spirale incompleta sembrava indicare una nuova direzione.

Verso le case scavate nella pietra.

Verso ciò che continuava a ricordare sotto la terra.

Continua il viaggio

Ogni frammento apre una nuova soglia.

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