THALAN – I frammenti di Iskàra

Capitolo I

Il pozzo non dimentica

Nara scende in un antico pozzo sacro e scopre nell’acqua un riflesso impossibile. L’apparizione di una sacerdotessa, un marchio luminoso e l’enigma della pietra senza ombra danno inizio alla ricerca dei frammenti di Iskàra.

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I frammenti di Iskàra Capitolo I · Il pozzo non dimentica
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Opera narrativa e illustrazioni create da Alpi AI Studio. I luoghi evocano la Sardegna archeologica all’interno di un racconto di fantasia.

Versione narrativa integrale

Il pozzo non dimentica

Ci sono luoghi che custodiscono la memoria più a lungo degli uomini. Luoghi nei quali il tempo non scompare, ma si deposita sulla pietra, nell’acqua e nelle ombre. Quando Nara scende nelle profondità di un antico pozzo sacro, un riflesso impossibile risveglia qualcosa che avrebbe dovuto restare sepolto. È l’inizio della ricerca dei frammenti di Iskàra.

Un riflesso che non viene dal cielo

Il sole era ancora alto quando Nara raggiunse il pozzo.

La pietra tratteneva il calore del giorno e l’aria profumava di terra asciutta, lentisco e foglie d’olivastro. Davanti a lei, la scalinata scendeva nel ventre della collina con una precisione che sembrava incompatibile con l’età del luogo. Ogni blocco aderiva al successivo senza mostrare cedimenti; ogni gradino conduceva verso una soglia più fredda e più scura.

Nara rimase per qualche istante sull’ingresso. Era abituata a osservare i siti antichi con lo sguardo razionale della ricercatrice: misurare le proporzioni, riconoscere le tecniche costruttive, distinguere ciò che poteva essere documentato da ciò che apparteneva alle interpretazioni. Eppure, davanti a quella discesa, ebbe la sensazione che il pozzo non fosse vuoto.

Sembrava in attesa.

Cominciò a scendere.

Il rumore dei suoi passi cambiò gradualmente. All’esterno si disperdeva nel paesaggio; lì dentro tornava indietro dalle pareti, più lento e profondo, come se un altro passo seguisse il suo con un impercettibile ritardo. Nara si fermò e ascoltò. Nulla. Soltanto una goccia che cadeva a intervalli regolari.

Quando raggiunse la camera sotterranea, la luce del giorno era ormai una lama lontana alle sue spalle. Davanti a lei si apriva una vasca circolare. L’acqua era immobile, nera e lucida come una lastra di ossidiana.

Poi il riflesso apparve.

Una Luna piena galleggiava sulla superficie.

Nara sollevò lo sguardo verso l’apertura del pozzo. Fuori era ancora giorno. Nessun astro avrebbe potuto proiettare quell’immagine nell’acqua. Tornò a guardare la vasca: la Luna era ancora lì, perfettamente definita, circondata da cerchi luminosi che si allargavano senza che nulla avesse toccato la superficie.

«È soltanto un riflesso?» domandò, più a se stessa che a qualcuno.

Una voce rispose dall’ombra.

«Non ogni riflesso viene dal cielo.»

Nara si voltò di scatto.

Un uomo era comparso accanto alla parete, in un punto che fino a un istante prima le era sembrato vuoto. Indossava abiti scuri, segnati dal viaggio, e un mantello che assorbiva quasi interamente la poca luce. I capelli neri gli ricadevano sul volto, attraversati da una ciocca più chiara. Sul petto portava un fermaglio di bronzo inciso con una spirale.

Il suo nome era Thalan Nurèd.

Nara ancora non lo sapeva, ma quell’incontro non era casuale. E nemmeno il pozzo lo era.

La donna nell’acqua

Sulla superficie della vasca, il riflesso della Luna cominciò a deformarsi. Le linee luminose si raccolsero lentamente fino a comporre un simbolo: una spirale attraversata da piccoli punti, simile a un segno tracciato seguendo il movimento delle stelle.

Nara si avvicinò. Tutto ciò che aveva imparato le suggeriva di fermarsi, osservare e non alterare il luogo. Ma il simbolo sembrava reagire alla sua presenza. La luce si intensificava a ogni suo passo.

Si inginocchiò sul bordo e tese la mano.

Thalan le afferrò il polso.

«Non toccarlo.»

L’avvertimento arrivò troppo tardi.

Prima ancora che le dita raggiungessero l’acqua, una vibrazione attraversò la vasca. La spirale si aprì come una pupilla e un’onda di luce invase la camera. Le pareti di pietra scomparvero dietro una trama di riflessi. Nara sentì il respiro mancarle e, per un istante, non seppe più se fosse ancora inginocchiata davanti al pozzo o sospesa dentro la sua memoria.

Una figura emerse dall’acqua.

Era una donna vestita con abiti antichi, lunghi e scuri. I capelli intrecciati ricadevano sulle spalle e le braccia erano coperte da sottili monili di bronzo. Tra le mani reggeva una coppa. Sopra di lei brillava la stessa Luna che appariva nel pozzo, ma il cielo al quale apparteneva non era quello del presente.

Nara riuscì appena a parlare.

«Chi è?»

La donna sollevò lo sguardo. Non guardò Thalan. Guardò soltanto lei.

«Sei tornata.»

Quelle parole attraversarono Nara con la forza di un ricordo. Non avevano il suono di una profezia, ma di un riconoscimento. Come se la donna la conoscesse. Come se avesse atteso il suo ritorno per un tempo impossibile da misurare.

«Mi conosce?» chiese Nara.

La sacerdotessa portò la coppa vicino alla superficie. Un filo di luce si sollevò dall’acqua e prese la forma di un monolite isolato sotto un sole immobile.

«Cerca la pietra senza ombra.»

La visione si spezzò.

Un getto luminoso raggiunse il braccio di Nara e si avvolse intorno al polso. Lei gridò e cercò di ritrarsi, ma il segno era già entrato nella pelle. Quando la luce si spense, sul suo avambraccio rimase una spirale azzurra, identica a quella comparsa nell’acqua.

La sacerdotessa si dissolse in una pioggia di riflessi.

Il pozzo tornò buio.

Nara osservò il marchio, incapace di distogliere lo sguardo. Non sembrava una ferita. Pulsava lentamente, seguendo un ritmo che non era quello del suo cuore.

Thalan la fissò con un’espressione grave.

«Adesso ti troveranno.»

Il simbolo spezzato

«Chi?»

La risposta arrivò dall’alto.

Passi rapidi risuonarono lungo la scalinata. Fasci di luce tagliarono il corridoio e scivolarono sulle pareti umide. Una donna apparve all’ingresso della camera, seguita da due uomini. Indossava un lungo abito nero e procedeva con la sicurezza di chi conosceva già il luogo.

Sul guanto portava un anello inciso.

Nara riconobbe la spirale, ma quella figura non era integra. Una frattura la divideva in due.

Il simbolo spezzato.

La donna guardò la vasca, poi il braccio luminoso di Nara.

«È qui.»

Thalan non perse tempo. Spinse Nara dietro di sé e raggiunse una parte della parete che sembrava identica alle altre. Premette il proprio fermaglio a spirale contro una piccola cavità nella pietra. Per un istante non accadde nulla; poi un suono profondo attraversò la camera e alcuni blocchi arretrarono, rivelando un passaggio stretto.

«Corri.»

Nara si infilò nell’apertura. Thalan la seguì mentre la pietra tornava a chiudersi alle loro spalle. Le voci degli inseguitori rimasero dall’altra parte, soffocate dalla parete, ma non scomparvero del tutto.

Il passaggio scendeva ancora più in profondità del pozzo. Nara avanzò quasi alla cieca, sfiorando la roccia con una mano. Il marchio sul polso emanava una luce debole, sufficiente a mostrare incisioni consumate dal tempo: cerchi, falci lunari, linee solari e figure umane ridotte a pochi tratti.

Thalan si fermò davanti a una parete.

Al centro era raffigurata una grande pietra verticale. Sopra di essa, un disco solare; accanto, una sequenza di lune. Alla base del monolite non era stata incisa alcuna ombra.

Nara avvicinò la mano al disegno.

«La pietra senza ombra...»

Thalan seguì con le dita la successione dei simboli.

«Non è un luogo. È un momento.»

La luce non indicava soltanto dove cercare. Indicava quando. Esisteva un istante preciso nel quale il sole avrebbe cancellato l’ombra della pietra, trasformandola in una soglia.

Alle loro spalle, un rumore metallico spezzò il silenzio.

La parete che avrebbe dovuto proteggerli si illuminò. Dall’altro lato, la donna in nero aveva posato il simbolo spezzato contro la roccia. Una fessura dorata si aprì tra i blocchi.

Anche lei conosceva il passaggio.

Tre notti

Nara e Thalan ripresero la fuga. Il corridoio saliva, si restringeva e infine si apriva tra le rocce della collina. Quando uscirono, il paesaggio era immerso nella notte.

Davanti a loro si stendeva una distesa di pietra e macchia mediterranea. Sulla sommità di un’altura lontana si ergeva un monolite. La Luna lo illuminava da un lato, proiettando sul terreno una lunga ombra nera.

Nara guardò il segno sul proprio braccio. La sua luce si era fatta più intensa, come se avesse riconosciuto quella sagoma.

Thalan osservò il cielo e poi il monolite.

«Abbiamo tre notti.»

Non spiegò che cosa sarebbe accaduto allo scadere del tempo. Non era necessario. Dietro di loro, tra le rocce, una luce si accese e subito scomparve. Gli inseguitori avevano riaperto il varco.

Raggiunsero un vecchio olivastro e si fermarono sotto i suoi rami contorti. Da lì il monolite sembrava più vicino, ma Nara sentiva che la distanza da percorrere non era soltanto quella visibile.

«Perché io?» domandò.

Thalan non rispose subito.

Nara abbassò lo sguardo. Il pendente che portava al collo era scivolato fuori dalla camicia durante la fuga. Era un disco di bronzo inciso con una spirale. La stessa forma del marchio. La stessa del fermaglio di Thalan. La stessa che aveva visto nell’acqua.

Quando lo strinse tra le dita, il ricordo tornò.

Non fu una visione come quella della sacerdotessa. Era qualcosa che apparteneva davvero alla sua vita, nascosto così in profondità da essere diventato indistinguibile da un sogno.

Si vide bambina davanti allo stesso pozzo. Accanto a lei c’era una donna anziana dal volto familiare, un volto che la memoria non riusciva ancora a nominare. La donna le aveva messo il pendente tra le mani e l’aveva accompagnata lungo la scalinata.

Nella camera sotterranea, la piccola Nara si era inginocchiata accanto all’acqua. Aveva lasciato oscillare la spirale sopra la superficie e, nel riflesso, era comparso per un istante il volto della sacerdotessa.

Poi il ricordo si era chiuso.

Forse qualcuno lo aveva nascosto. Forse era stata lei stessa a farlo per poter continuare a vivere senza domandarsi che cosa avesse realmente visto.

Nara riaprì gli occhi. Il pozzo era lontano, ma poteva ancora sentirne l’acqua.

«Ero già stata qui...»

Thalan guardò il pendente, poi il marchio luminoso sul suo polso.

«Il pozzo non dimentica.»

Sulla collina, l’ombra del monolite continuava ad allungarsi sotto la Luna.

Restavano tre notti prima che scomparisse.

E qualcuno era già sulle loro tracce.

Continua il viaggio

Ogni frammento apre una nuova soglia.

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